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poesie dal profondo

Utente: skordovic
Nome: Pino Skordovic
Immigrato slavo a Palermo. Spoeta.

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sabato, 23 dicembre 2006

Mi hai legato con lacci piccoli

Mi hai legato con lacci piccoli, innocui a prima vista. Mi hai fatto sentire libero quando già ti ero schiavo. Mi hai sussurrato una frase magica ed è diventata un incantesimo. Mi hai sottratto il tempo, gli amici, il denaro. Non mi hai detto mai di “no” e non mi hai detto mai di “si”. Mi hai chiesto “se parto, seguimi”, ma poi mi hai fatto andare da solo. Da qualche parte, in una lingua che ho dovuto imparare per te, c’era scritto che sei il mio destino, che non potevo rifiutarti niente, che solo la follia mi poteva tenere separato da te; anche che se fu ugualmente follia seguire quell’invito diabolico. Adesso mi rimane un pugno di sabbia che scorre tra le dita, la rabbia gridata in un sacchetto, e il vortice delle paranoie che mi riporta indietro a quel preciso instante in cui mi hai guardato negli occhi e hai detto "silenzio", con un dito. Avevo promesso di non scrivere mai niente su di te e con questa prosa merdosa rompo la promessa. Che io sia dannato.

scritto da: skordovic a 22:04 | link | commenti (2) |
amore, convincimento

sabato, 26 agosto 2006

Il compilatore di necrologi

 

Pietro S. fu contento quanto lo presero per l’apprendistato. Gli dissero: il tuo compito – perora – è compilare necrologi. Tutte i grandi giornalisti iniziano con la gavetta. Non rifiutò.

Pietro era bravo. Aveva il dono della sintesi. In quatto righe raccontava una vita. Il suo segreto: misurava gli aggettivi. Se i parenti dei defunti parlavano di “straziante dolore”, lui scriveva “intenso sconforto”; se gli dicevano “vuoto incolmabile”, lui traduceva “sentita mancanza”.

Alla fine tutti erano contenti. Anche il direttore, che gli aumentò lo stipendio, e gli disse: sei irrimpiazzabile, come scrivi dei morti tu, nessuno.

Passarono trent’anni. Pietro S. non diventò mai giornalista, o forse in un certo senso lo è sempre stato. Comunque ora è morto. Sul giornale ha lasciato un riquadro bianco: l’unico necrologio che non ha mai voluto scrivere è stato il suo.

scritto da: skordovic a 10:28 | link | commenti |
lavoro, morte

mercoledì, 19 aprile 2006

Morte all’ipermercato

L’ipermercato è un cimitero
C’est là que je veux crever
Sarebbe una morte eclatante!
Ucciso da un’arma da fuoco
Tra i ripiani di assorbenti in offerta
A bocconi  in mezzo alle confezioni famiglia maxi-risparmio
Tra lo struscio metallico di carrelli che cozzano l’uno contro l’altro, in panico
Tra lo sgomento di cassiere impettite
Tra acquirenti mummificati
Tra commessi che si chiederebbero chi sistemerà gli scaffali divelti;
davanti al manager che, slacciandosi la cravatta, direbbe: “porcazzozza”.

E le indagini appurerebbero che ero un tipo sospetto
Innanzitutto: immigrato
(la cronaca: “Cadavere di uno slavo da Auchan: la polizia brancola nel buio”)
poi si saprebbe subito che non avevo un mutuo,
che non ho mai immatricolato un’auto,
che non ho pensioni, indennità, sinecure,
solo un modesto conto in banca
che lascerò intestato a te;
(ti vedresti piovere un gruzzolo dal cielo
recapitato con la lettera di un notaio
nelle fangose vie di Šuto Orizari)

Poi chiuderebbero il caso
Pronti per l’apertura del sabato mattina
Il clamore si spegnerenne tra i computi di casse
Che fagocitano ziliardi di euro
E, per sempre, io, freddo, nella tomba
Con un buco rosso nel cuore
e in tasca, nel mio funebre vestito,
quella maledetta carta punti
che non riuscivo mai a completare.

scritto da: skordovic a 22:51 | link | commenti |
morte, immigrati

domenica, 09 aprile 2006

Rap

A Piazza Marina gira uno con gli occhi spiritati, le guance rosse, ben rasato, con una giacca a quadri consunta e una camicia di flanella a quadri attaccata fino all’ultimo bottone, anche se ci sono trenta gradi, e non è mai sudato. Qualunque cosa tu stia facendo lui si avvicina e ti comincia a parlare a scatti, ma senza sosta, come fosse un rap.

Io non sono un uomo deliquente/ malfamato/ non ho fatto niente/ soltanto del bene/ e sono stato carcerato/ condannato/ disgraziato/ mi hanno fatto uscire/ ero innocente/ mondocane/ ma questa è giustizia/ dico io/ sono stato artificiere/ soldato/ nell’esercito/ poi congedato/ congedo illimitato/ tu mi vedi/ come sono/ una persona perbene/ non sono un santo/ ma non sono pazzo/ sono sposato/ maritato/ mia moglie/ brava donna/ tiene la casa/ la pulisce/ non è stata mai schedata/ non è di quelle di strada/ è mezza diplomata/  una gran signora/ ora è in cucina/ a cucinare/ mi aspetta/ abbiamo un figlio malato/ in ospitale/ (ha stato)/ c’ha la febbre/ che era stato al convitto/ per studiare/ chiuso là/ ed ora è studiato/ ma è malato/ è a letto/ e se lo chiedo/ e perché ne ho bisogno/ che ti pare che sono deliquente?/ non è che avresti dei soldi/ perché devo compragli il latte/…/ma me ne servono assai...

scritto da: skordovic a 20:22 | link | commenti |
conversazione, convincimento

sabato, 01 aprile 2006

L'uomo che voleva uccidere Berlusconi

 

La sera, fino a notte fonda, P. girava con la Lapa a tre ruote a raccogliere cartoni e ferrovecchi. Faceva il giro dei furgoni compattatori, ma li precedeva; prima che loro arrivassero lui si caricava la roba e quando diventava tanta la legava di sghimbescio che ad ogni staffa tutto sobbalzava e sembrava crollare come un castello di carte. All’alba la portava da Mimmo a Borgo Nuovo, che gli faceva un prezzo onesto, poi tornava a casa e mentre si coricava si svegliavano i suoi figli.

P. era sovrappeso e per entrare nella lapa aveva scardinato gli sportellini, così riusciva a tenere una coscia fuori. Nell’angolo del vetro, a bloccare la visuale, teneva un adesivo di Forza Italia, con i colori ingialliti, e uno di Padre Pio. D’estate se la passava male perché non c’erano tanti ferri, ché la gente è in vacanza. D’inverno se la passava pure male, perché con la pioggia trovava i cartoni ammolliti, che non gli servivano a niente e poi gli entrava l’acqua dentro, di lato, nella Lapa, ogni volta che pioveva e tirava il vento.

In rari momenti, girando di notte, la città era quieta e bella, e lui sognava d’incontrare una femmina bona come quella dei cartelloni pubblicitari e farsela aggratis. Altre volte gli prendeva lo sconforto e borbottava: “ddu curnutu di Berlusconi, l’ammazzassi”.

scritto da: skordovic a 15:59 | link | commenti (2) |
lavoro, notte, palermo

sabato, 07 gennaio 2006

Rigurgito poetico

Questa pagina vuota mi strozza, amore

Non è perfetta quiete
Ma iattura insensata
Di un cursore timido

Comunque lo sai
Da quando è successo
Quello che è successo
Rigurgito la mia ispirazione solo
A voce
Nei piagnistei telefonici
Quando chiamo sempre da un numero diverso
Cosi  non mi blocchi
E almeno mi dici, pronto
O mi dici, ciao
E fai finta di ascoltarmi
Mentre io divento lirico

Poi chiudi
E ritorni alla tua vita folgorante
E io
Nel mio lentissimo buio
pieno di pagine bianche

scritto da: skordovic a 21:20 | link | commenti (2) |
amore, conversazione

giovedì, 22 dicembre 2005

Cose che sono successe (vengo da Skopje)

- Questa zona è piena di tipi poco raccomandabili.
- Quale zona?
- Palermo
- Mi ricorda Skopje.
- E chi è?
- È un posto.
- Ma lì di sicuro non ce n’è tipi come Toni Mallo, che chiede il pizzo alla battona di vicolo Marotta. È una che avrebbe l’età di me nanna e si mette l’ombretto rosso per sembrare più giovane, ma l’ombretto è di chiddi scarsi, ha la consistenza di una polverina che quando ci soffi passa via. Lei soldi non ce ne ha mai, se ci passi è sempre lì a sbucciare arance e cipolle, ci si fa un’insalata. Guarda la televisione nel suo stanzone, ma mette la sdraio fuori (è la sdraio quella con i tubolari di plastica, che d’estate se ti ci siedi ti lasciano i segni nelle gambe, ma nella sua alcuni mancano o sono pendenti, se ti ci siedi affossi), la sedia fuori vuol dire che travagghia, è al lavoro, operativa. Ogni tanto ci va qualche vecchio e lei lo fa entrare e chiude la saracinesca dello stanzone. Ma è solo qualcuno che c’è affezionato e si ricorda quando andava a trovarla all’albergo Colombia, perché un tempo se ne stavano tutte nell’albergo, come delle signore, anche se ogni tanto arrivava la polizia e le metteva nel furgone. Ora non busca più niente, che può manciari? Solo un’insalata d’arance. Con l’euro poi non ne parliamo. E questo Toni Mallo ancora che l’atturra, la secca, ma tutta la famiglia è di scassapagghiari: c’ha un fratello arrestato all’Ucciardone e uno morto, che ha fatto un incidente con un vespino rubato e neanche lo stavano inseguendo. Abitano a Danisinni, mia cognata che sta lì me ne racconta di cose. Il padre c’ha ancora una spilla nera, attaccata sempre nella stessa camicia, non se la cambia mai; è sciancato e fa il posteggiatore a piazzetta Sett’angeli; dice che ha conosciuto Pino Marchese e mi sa tanto che suo figlio fa la stessa fine.
- E chi è Pino Marchese?
- Minchia, ma tu non ne sai niente di cose che sono successe, ma da dove vieni?

Vengo poi a sapere che Pino Marchese era un cantante di canzoni napoletane, associato a una famiglia mafiosa. A quanto pare gli capitò di “parlare” troppo. Erano gli inizi degli anni ottanta. Un giorno lo trovarono ucciso in una panchina di Piazza Indipendenza, con i genitali in bocca. Da allora, da quelle parti, fare la fine di Pino Marchese vuol dire fare una brutta fine.

 

 

 

scritto da: skordovic a 22:58 | link | commenti (1) |
conversazione, palermo

martedì, 29 novembre 2005

Parola semplice

Una sola parola vorrei dirti
ma mi muore fra le labbra
mi si incàva nei polmoni
recedendo con il fiato,
inconsistente soffio che incamero
per viadotti bronchiali


e si trattiene quello spasmo
che doveva avere luogo,
così, a ritroso, l’impulso torna al cervello,
gelida massa grigia semiliquefatta,
che
irrigidendosi in un impeto nervoso,
quella parola una volta
l’ha pensata.

scritto da: skordovic a 10:25 | link | commenti |
conversazione, poeta

lunedì, 21 novembre 2005

Preferisco perderti

Meglio perderti adesso
che ho tanto tempo
davanti a me.
A meno che
non mi stramazzi un fulmine
ma ciò non avrebbe senso,
(eppure queste cose avvengono).

Non mi dispiace perderti ora
e trovare consolazione
nell’abbraccio della nostalgia
o nelle carezze di un’altra donna;
che non saranno come le tue
ma saranno pur carezze
quindi non da buttare via.

A perdere ci sono abituato.
Ho iniziato con cose piccole:
un numero di telefono; un mazzo di chiavi;
una cravatta; un cellulare.
Ho continuato col passaporto,
il posto di lavoro, la salute e le amicizie.
Adesso mi tocca perdere anche te:
è la stessa sensazione,
solo che è infinitamente più complicato.

Certe volte si ritrovano
le cose che si perdono,
ma io preferisco perderti per sempre
perché la tua presenza è rovinosa
e la tua assenza è terribile.
Ma fra le due preferisco la seconda
che mi permette di ricordare
e di tenerti nei miei sogni.

Vorrei convincerti a restare,
ma siccome prima o poi te ne andrai
non aver timore di farlo subito.
Perché una volta persa te
non ho più niente da perdere
e continuerò a vivere
raschiando i bassifondi
dove, non si sa mai,
potrei pure trovare qualcosa
.

scritto da: skordovic a 23:34 | link | commenti (1) |
amore, notte, perdita

sabato, 12 novembre 2005

La lingua che uso

La lingua che uso
per queste poesie a sperdere
non è la tua
e non è neanche la mia,
amore caro

la mia lingua l’ho dimenticata
e adesso ne ho un’altra
che tu non conosci
e sentendomi parlare
non mi capiresti

nella nostra lingua
parlavamo d’amore,
avevamo parole in comune
e usarle ci faceva piacere

ma adesso quella è solo
la tua
lingua
che per me
è la lingua dell’abbandono,
fatta di parole del passato
che gridano nel buio,
e di verbi che mi stringono forte
come filo spinato

quella che parlo ora
anzi balbetto
è una nuova lingua
e quella vecchia,
quella tua
che prima era anche mia,
non la uso più

questa qui l’ho imparata per strada
sembra inventata da poco
talmente è divertente;
è piena di dolcezza
perché è la lingua del sollievo
è l’idioma di un letto caldo
e di una camicia pulita

la lingua vecchia
non la uso più
preferisco la nuova,
piena di parole di nostalgia
e di verbi del ricordo,
che mi stringono forte

come facevi tu.

 

scritto da: skordovic a 17:38 | link | commenti (6) |
amore, conversazione, poeta